Introduzione
La canna comune (Arundo donax L.1753) si presenta come una promettente coltura non alimentare, capace di soddisfare le crescenti esigenze del mercato europeo per energia sostenibile, biocarburanti e materiali industriali. Originario del sud dell’Europa, questo pianta è stata spesso trascurata a causa della mancanza di un mercato di riferimento, sebbene sia una coltura con interessanti prospettive di mercato. In questo articolo mi propongo di esplorare il suo potenziale e le sue criticità, focalizzandomi su come potrebbe contribuire alla sostenibilità ambientale ed al contempo creare nuove opportunità di mercato attraverso strategie di sviluppo sostenibile con un approccio legato alla bioeconomia circolare.
Origine e Caratteristiche
L’Arundo Donax è una pianta erbacea perenne rizomatica appartenente alla famiglia delle Graminacee, simile ad altre erbe come il Miscanto (Miscanthus Giganteus), la Saggina Spagnola (Phalaris arundinacea) ed il Panìco (Panicum Virgatum). La sua origine è ancora incerta, ma Bucci et al. (2013), suggeriscono che la sua origine sia dell’Euroasia subtropicale e derivi dall’incrocio di differenti varietà diploide.
L’Arundo è una pianta erbacea con culmi eretti, robusti e cilindrici, che possono raggiungere un’altezza massima di 5 metri, facendone la più grande graminacea d’Europa. I suoi internodi sono fistolosi (vuoti), sub-legnosi alla base e molto fogliosi, rimanendo persistenti durante l’inverno e dando origine a fioriture nell’anno successivo. Le foglie sono ampie e lanceolate, di colore verde, con margini ruvidi e apice acuminato. L’infiorescenza è una pannocchia terminale fusiforme, lunga tra i 30 e i 50 centimetri, di colore verde pallido o violaceo. Le spighette, lunghe circa 12-18 mm, presentano glume acuminate e persistenti, mentre i lemmi inferiori sono bifidi e brevemente aristati, con peli bianchi sul dorso che conferiscono alla pianta un aspetto setoso. La riproduzione dell’arundo è prevalentemente vegetativa attraverso la frammentazione dei rizomi, poiché i semi raramente giungono a maturazione.
L’Arundo è una pianta lignocellulosica classificata come pianta C3, ovvero utilizza un percorso fotosintetico che mostra la sua massima produttività in climi temperati (come il frumento per intenderci), ma anche in condizioni di climi caldi/aridi ed elevate radiazioni solari, questa pianta risulta essere produttiva come le piante C4 (mais e sorgo) che al contrario prediligo climi caldi. In condizioni semiaride e con ridotta disponibilità idrica però, l’Arundo risulta essere più performante rispetto alle piante C4 (Cosentino et al., 2007, 2014).
Habitat
L’Arundo dimostra una notevole adattabilità a diversi habitat. Predilige ambienti umidi come paludi, zone costiere, laghi e fiumi, sfruttando la presenza d’acqua per favorirne la crescita, spesso si ritrova lungo le rive di corsi d’acqua e laghi. Questa pianta però mostra una notevole adattabilità anche in altri habitat come terreni abbandonati o marginali, aree agricole non coltivate o terreni incolti, in prossimità delle zone costiere dimostrando una tolleranza alla salinità del suolo. Essendo una pianta in grado di adattarsi a differenti condizioni pedoclimatiche risulta essere invasiva, influenzando negativamente gli ecosistemi locali se non controllata. Inoltre ha un’eccellente capacità fitodepurativa (Oustriere et al., 2017) in grado non solo di eliminare composti organici, ma anche di trattenere i metalli pesanti presenti nei corsi d’acqua.
Potenzialità Industriali ed Energetiche
L’Arundo, non mostra applicazioni industriali al momento. Sebbene venga utilizzata come sostegno per alcune coltivazioni, come nel caso del pomodoro, questa pratica è adottata solo in contesti di piccole dimensioni, rendendo difficile giustificare la creazione di una filiera dedicata. In passato, la pianta fu impiegata per la produzione artigianale di oggetti come scope e cesti, ma tali usi sono caduti in disuso.
La gestione di questa pianta è relativamente semplice: non richiede cure agronomiche e fitosanitarie particolari, e non presenta patogeni noti che possano danneggiarla. La sua modesta richiesta d’acqua e nutrienti la rende idonea per aree con risorse limitate. Inoltre, la canna comune è facilmente meccanizzabile, sia nel trapianto che nella raccolta, utilizzando macchinari agricoli già impiegati per colture come il mais o la patata.
Quindi, esistono opportunità inesplorate per l’Arundo donax. La pianta si adatta bene a contesti pedoclimatici avversi e zone marginali, dove altre colture faticano a crescere, senza interferire con le colture alimentari. Con un tasso di crescita notevole e la possibilità di ottenere due raccolti l’anno con una resa di circa 35-40 tonnellate di sostanza per ettaro (www.air.uni.mi.it), l’Arundo donax emerge come un’opzione promettente per la coltivazione di biomassa che può essere utilizzata in vari contesti: da quello energetico per la cogenerazione di biogas ed energia elettrica, alla produzione di etanolo, può essere utilizzato come pellet per le caldaie ed infine, ma non per importanza, come materia prima per la produzione di carboni attivi.
Allora perché non viene utilizzata in questi contesti?
Uno dei principali ostacoli è la mancanza di dati affidabili riguardo la produzione ottenibile dalla sua biomassa. Le informazioni disponibili in letteratura scientifica variano notevolmente e spesso provengono da studi non sottoposti a revisione paritaria, rendendo i risultati teorici e non verificati. Ad esempio, le stime sulla produzione di biogas oscillano tra i 14.000 e i 25.000 metri cubi per ettaro, risultati che, se confermati, supererebbero la resa del mais, attualmente impiegato per la stessa finalità.
Lo stesso discorso vale anche per la produzione di bioetanolo, con circa 100 litri da una tonnellata di sostanza secca, l’Arundo donax sembra promettente, specialmente se consideriamo la sua gestione più agevole rispetto ad altre colture destinate a questo scopo.
Per quanto riguarda la produzione di pellet e carboni, si evidenzia la mancanza di approfondimenti sul valore calorifero dell’Arundo donax, senza considerare fattori cruciali come il contenuto di cenere se utilizzato come pellet per caldaie. Riguardo ai carboni attivi, la disponibilità di dati è limitata e non fornisce informazioni chiare sulla capacità di adsorbimento che avrebbero carboni attivi prodotti da questa matrice, né sul formato ideale (pellet, polvere o granuli) e neppure su quali matrici esprimerebbe al meglio il suo potenziale (solido, liquido o vapore).
Un ulteriore elemento da considerare è la meccanizzazione della coltivazione, che potrebbe risultare complessa a causa della sua crescita in terreni marginali. È necessario condurre studi più approfonditi per selezionare varietà con maggior potenziale e genotipi locali, preservando così la biodiversità locale.
Conclusioni
In conclusione, al momento mancano evidenze scientifiche concrete e applicazioni industriali che possano garantire appieno il potenziale dell’Arundo donax. Tuttavia, sono convinto che per poter sfruttare pienamente le sue qualità sia necessario un approccio mirato.
Come menzionato precedentemente, la pianta si adatta facilmente alle condizioni più difficili e la sua valorizzazione richiederebbe ricerche approfondite (ma facilmente attuabili) a livello genetico, studi sulla fattibilità di filiera, impatto ambientale, definire l’ambito specifico di utilizzo, adattare la coltivazione al contesto ambientale e promuovere collaborazioni tra istituzioni, ricerca e industria; questi sono tutti passi fondamentali per concretizzarne le potenzialità.
Definiti questi punti, potrebbe risultare un’ottima coltura per le aree interne o per quei terreni che attualmente risultano incolti dato che apporterebbe:
- benefici economici per le piccole comunità creando nuovi posti di lavoro
- benefici ambientali dal momento che limiterebbe l’erosione del suolo e si potrebbe sfruttare in contesti di fitodepurazione
- benefici a livello sociale in quanto sarebbe in grado di creare nuovi posti di lavoro, riducendo al contempo lo spopolamento delle aree interne.
Solo attraverso questo approccio integrato sarà possibile sfruttare appieno le molteplici potenzialità dell’Arundo, trasformandola da semplice pianta invasiva ai margini delle strade a risorsa strategica.
Con questo, concludo la mia personale visione su questa affascinante ma insolita coltura. Ci vediamo alla prossima!
- Cosentino, S.L., Patanè, C., Sanzone, E., Copani, V., Foti, S., 2007. Effects of soil water content and nitrogen supply on the productivity of Miscanthus × giganteus Greef et Deu. in a Mediterranean environment. Industrial Crops and Products 25, 75–88.
- Cosentino, S.L., Scordia, D., Sanzone, E., Testa, G., Copani, V., 2014. Response of giant reed (Arundo donax L.) to nitrogen fertilization and soil water availability in semi-arid Mediterranean environment. European Journal of Agronomy 60, 22–32.
- Bucci, A., Cassani, E., Landoni, M., Cantaluppi, E., Pilu, R., 2013. Analysis of chromosome number and speculations on the origin of Arundo donax L. (giant reed). Cytology and Genetics 57 (4), 237–241.
- Nadège Oustriere , Lilian Marchand, Nathalie Lottier, Mikael Motelica, Michel Mench, 2017. Long-term Cu stabilization and biomass yields of Giant reed and poplar after adding a biochar, alone or with iron grit, into a contaminated soil from a wood preservation site. Full text.